Andrea S. Melani1, Giuseppe Insalaco2 1UOC Fisiopatologia e Riabilitazione Respiratoria, Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, Siena; 2Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Biomedicina e di Immunologia Molecolare “A. Monroy”, Palermo La prescrizione di ossigenoterapia (O2-terapia) nei soggetti non gravemente ipossiemici a riposo è un argomento controverso. Proveremo a definire i pro senza considerare l’O2-terapia in fase di riacutizzazione o in ospedale (1-3), ma solo quella condotta a domicilio nella vita quotidiana. Tutti concordano che l’O2-terapia è in primo luogo indicata per prevenire o contrastare l’ipossiemia grave che molte malattie, in particolar modo polmonari, possono determinare. Poiché l’O2-terapia può correggere l’ipossiemia solo durante la sua somministrazione, quando l’ipossiemia grave è cronica, l’O2-terapia deve essere praticata in modo continuo e a lungo termine (OTLT). Le basi scientifiche di questo trattamento risalgono a due classici studi condotti negli anni ’80 che hanno mostrato come in soggetti stabili con BPCO e grave ipossiemia, l’OTLT è

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